San Giustino 2008
Quando,
nel 1775, sotto il pontificato di Pio VI, si dette inizio allo scavo delle
catacombe e vennero alla luce numerosi corpi di martiri, come fecero tante altre
cittadine dello Stato della Chiesa, anche Valentano richiese di poter avere e
conservare le spoglie di un santo martire. Il Papa accolse la richiesta del
popolo di Valentano e attribuì al martire, presso la cui sepoltura non fu
rinvenuto – oltre al simbolo del martirio – il patronimico che lo facesse
riconoscere, il nome di Giustino. Una poesia di Giacomo Mazzinelli del 1881
narra l'avventuroso trasporto della reliquia da Roma a Valentano.
Per quattro lustri il sol l'annuo corso
compir dovea, perché nel sen fuggisse
d'eternitate il secolo trascorso.
Tempo di duol che l'universo afflisse,
mentre l'empia di Francia ira fatale,
al Vaticano ingiusta guerra indusse.
Qual successor di Pier, grande immortale,
portava allor la triplice corona
il sesto Pio, che da la papale
Sede destruso, l'accoglia la buona
Valenza franca: 've del mondo esosa
Di lui volava ver l'eterea zona,
Santa del suo patir, l'alma gloriosa.
Mentre ei stava in poter, dal lungo oblio
Del tempo vorator salma gloriosa
Vide sottrarre d'un campion di Dio
Dalle sante Ciriache caverne,
Non pietra scritta, né si rinvenio
Segnale alcun da cui potere averne
Nome o natale od il crudel martirio
Coloro allor, che delle cose eterne
Posson trattar, colà si riuniro
Donde il gran Veglio col crollar le chiome
Tremar fè i polsi di color, che ardiro
Cozzar contro la gran Roma, al cui sol nome
Paventaro le genti, e il cui potere
Tutte le forze contrarie ha vinto e dome.
Tuonò l'oracol dell'immortal sere,
e i padri diero il nome di Giustino
a chi di giusto l'opre fè vedere.
Eco fedele, il ciel, nel suo divino
Libro li trascrisse, e più non lo cancella
Eternitate, che non ha confino.
Volar molte cittadi a tal novella
A piè del Sesto Pio per aver gloria
D'onorarlo fra lor: ma il ciel la bella
Sorte serbava a te: così vittoria
Compita avesti, amata Verentano,
terra del mio natal, la cui memoria
M'è più che il viver cara! – onde il sovrano
papale editto tosto a te s'invia
che t'invita a recarti in Vaticano
per ricevr la salma – O patria mia
Quanto allor t'inondò gioia e contento! –
Pronto un drappel di dodici si avvia
Più robusti garzon di buon talento
A un sol tuo cenno verso l'alma Roma
Oh voi felici appien, cui diè l'evento
Sulle spalle portar sì dolce soma
Vostro nome diranno ai pargoletti
Le madri e la virtù, ch'età non doma!
Come fur giunti i prodi giovanetti
Ratti volaro al tempio della Pace
Ove s'ebbero il Santo – Oh come i petti
Fremero a loro d'un amor verace
Al veder le sacre ossa! Oh come a gara
Volea ciascun sommettere il tenace
Suo dorso al pondo della scra bara!
Mossero alfin prendendo lor cammino,
col prezioso tesoro inver la cara
patria nostra. – A Roma assai vicino
erano ancor, che affaticati e stanchi
dal viaggio e dal peso, a San Giustino
così disser con fede: se or ne manchi
del tuo soccorso, che farem più innante?
Soccomberem se tu non ci rinfranchi.
Dissero: e quel, che troppo lor pesante
Parea poc'anzi, in men ch'io nol dica,
leggier si rese qual piuma volante.
Ringraziarono il Santo, e in lor l'antica
Fede destossi – il lor cammino intanto
Fino ad Arbano[1] senza gran fatica
Protrassero, u' fer sosta e del lor Santo
Nunque d'un piè scostaronsi devoti
Ma la fama veloce in ogni canto
Fè trapelar la cosa. I tetti vuoti
Di recente restaro: tutta accorse
Colà la gente fin dai vichi ignoti.
- È nostro il Santo; allor fra loro insorse
Prepotente una voce, e gli altri ancora
È nostro ripeter. – Stavano in forse
I nostri d'impegnar lotta: ma allora
Si feo innanzi in venerando aspetto
Martinetti il prelato che in brev'ora
Sedò il tumulto con il prudente detto.
Rinfrancati i garzon, fuggir veloci
Col caro pegno in affannoso petto.
E come damma, che dai can feroci
Si è messa in salvo, indietro perigliosa
Guata, e paventa ognor le zanne atroci,
Così lor occhi indietro senza posa
Volgevan elli verso la cittade
Che scena ad essi offrì sì dolorosa.
Giunsero alfin: da tutte le contrade
Lagrimando accorrevano i devoti
E d'ogni condizione, e d'ogni etade.
La sacra salma intanto, fra li voti
E le fervide preci s'incammina
Trinfante nel mezzo ai sacerdoti
Ver la magion di Dio; ove vicina
Al sommo Evangelista protettore
Da venti lustri e un anno, ch'or declina
Verace onor riceve e lode e onore,
Che fioco or venne. I nostri padri antichi
Ahi con più fe' l'amavano, e il lor core
Sui colli di virtude almi ed aprichi
Con maggior zelo dispiegava i vanni! -
- Ti scuoti adunque; il cuor più non t'implichi
Mondano il lezzo, e fa che i tuoi bell'anni
Non deturpi ignominia, o patria mia.
Allor benigno dagli eterei scanni
Ti guarderà il gran Santo e quella via
Facil ti renderà che mena al cielo
Ove, egli guida dopo questa ria
Carriera, andrem deposto il mortal velo.
Giacomo Mazzinelli
(Viterbo 1881)
[1] Probabilmente Viterbo